Topografia della fine
Dal mito della decadenza all’estetica della sopravvivenza
[La newsletter di oggi è diversa dal solito: più foto, un testo “impegnato”, riferimenti culturali alti, non abituatevi]



Nel 2025 il Comune di Venezia ha ripristinato un’usanza in voga fino agli anni ‘50: collegare le Fondamenta Nove - la prima settimana del mese di Novembre - al Cimitero di San Michele in Isola con un ponte votivo temporaneo, simile a quello del Redentore. Non ci siamo fatti pregare, siamo andati a Venezia, percorso il ponte e visitato il cimitero.
Nel 1807 un decreto di Napoleone Bonaparte obbligò la città di Venezia a istituire un luogo per le sepolture fuori dal perimetro della città, e l’isola di San Michele sembrava fatta apposta, così vicina ma al contempo separata dalla città.
Ho cercato di pensare quale fosse il motivo per cui il cimitero di Venezia - e solo quello - mi intrighi e al contempo mi inquieti. Ci ho pensato un paio di giorni ed ecco quello che mi sono spiegato: c’entra Brodski (il poeta/premio Nobel che è seppellito proprio nell’isola di San Michele).
In breve: il Cimitero di San Michele è un luogo simbolico in cui la città dei vivi contempla la propria immagine riflessa nella morte. Una città parallela, una Venezia ridotta alla sua essenza — fatta di pietra, silenzio e acqua — e per questo capace di incarnare, meglio di qualsiasi altra parte della laguna, la verità profonda della città intera. Ciò che accade in una parte della città sembra riflettersi nell’altra: mentre Venezia si svuota, vittima dello spopolamento, del turismo e dell’innalzamento del mare, San Michele continua a popolarsi, come se la vitalità della città si fosse trasferita oltre il suo stesso confine, dall’altra parte della laguna.
Iosif Brodski, poeta premio Nobel, cantore e amante di Venezia (a tal punto che, come detto, è seppellito proprio nel cimitero di San Michele) ebbe a scrivere:
”In nessun altro luogo al mondo la morte appare così del tutto naturale quanto qui. È nell’aria, nell’acqua, nel riflesso delle pietre”.
Si tratta di un concetto peculiare di morte, non come decadenza, ma come forma superiore di durata. Venezia, nelle parole del poeta, è una città che vive in presenza costante della fine, ma che proprio per questo si sottrae al tempo. L’acqua che la circonda, il sale che la corrode, le maree che la lambiscono — tutto partecipa di un lento processo di consunzione che non è distruzione, bensì sospensione.



“Non è un mare,” scrive Brodski, “è un’arteria liquida che collega la città ai suoi morti”: in questo senso l’isola-cimitero diventa così il centro segreto della città, il suo cuore silenzioso. Le acque che la separano da Venezia non sono un confine, ma un passaggio.
San Michele, di conseguenza, non è un cimitero, ma una metafora della sopravvivenza attraverso la forma — la forma dell’arte, della parola, della pietra: Venezia infatti “non muore: si scolora, si assottiglia, si fa più trasparente, come un ricordo che non scompare”. Non è la morte intesa come decadenza di Thomas Mann o John Ruskin. Nel destino parallelo di Venezia e del suo cimitero si riflette dunque una visione più ampia: quella di una città che sopravvive al proprio corpo trasformandosi in immagine, in idea, in testimonianza. San Michele è il punto in cui questa metamorfosi si compie. Lì Venezia non muore, ma si eternizza nel silenzio, nella luce bianca delle pietre, nell’acqua che consuma e riflette.


Così, il cimitero di San Michele non è soltanto il luogo in cui si raccolgono i morti di Venezia, ma il luogo in cui Venezia stessa accetta la propria mortalità come condizione della durata. È l’isola dove la città si contempla da fuori, dove il tempo rallenta fino quasi a fermarsi.



Molto bello il suo articolo. Non conosco Venezia. Devo essere una delle poche persone che non ci sono mai stata. Ma la vita é così. Non si può conoscere tutto. Però mi piacere un giorno conoscerla.
L’alusione que vita e morte sono per sempre insieme non potrebbe essere data di una maniera bella e semplice comme nel suo post. Una non esiste senza l’altra e l’esempio de Venezia l’o spiega naturalmente. Belle le sue foto’s. Auguri!